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La casa appartiene ai figli: spetta ai genitori edificarla, ma con misura e responsabilità ______________________ (Articolo tradotto anche in inglese e spagnolo)

La casa appartiene ai figli: spetta ai genitori edificarla, ma con misura e responsabilità

Con ordinanza del 5 marzo 2026 il Tribunale per i minorenni dell'Aquila torna a occuparsi del medesimo nucleo familiare già interessato dal provvedimento del 11 dicembre 2025, con il quale erano state disposte la sospensione della responsabilità genitoriale e la collocazione eterofamiliare dei minori. L'intervento si rende necessario alla luce di fatti sopravvenuti di significativo rilievo, emersi nel corso della permanenza dei bambini presso la casa-famiglia.

La decisione: «Il Tribunale, pronunciando in via provvisoria e urgente;

ordina l’allontanamento dei minori dalla comunità in cui sono attualmente ospitati e il loro collocamento in diversa struttura, senza la madre —

autorizza l’esecuzione dell’ordine di allontanamento con l’assistenza della forza pubblica, con le modalità indicate in motivazione —

incarica tutore e curatore speciale di attivare ogni necessaria azione a tutela della riservatezza dei minori —»

Sintesi del provvedimento

Il Collegio accerta anzitutto una grave lesione del diritto all'istruzione. La primogenita, benché formalmente iscritta alla classe terza della scuola primaria, manifesta competenze ridotte al solo livello alfabetico di base; gli altri figli presentano analoghe e marcate lacune negli apprendimenti fondamentali, unitamente a una pressoché totale estraneità alle ordinarie routine didattiche. Tale quadro assume connotati di particolare gravità se letto alla luce della scelta, espressamente dichiarata dai genitori, di differire l'avvio dell'istruzione oltre il settimo anno di età: il Tribunale qualifica questa condotta come violazione intenzionale dell'obbligo scolastico, radicalmente incompatibile con il modello di istruzione parentale che l'ordinamento consente e disciplina.

Emerge contestualmente un distinto profilo di criticità, afferente alla presenza della madre all'interno della struttura. Quella che era stata inizialmente autorizzata quale misura di accompagnamento nell'adattamento dei minori alla nuova realtà si è progressivamente convertita in un fattore di destabilizzazione del progetto educativo: il comportamento sistematicamente oppositivo tenuto nei confronti di educatrici, insegnante e operatori, l'ostentata svalutazione delle figure professionali in presenza dei figli e l'incapacità — o il rifiuto — di contenere le condotte aggressive e distruttive dei bambini hanno progressivamente eroso l'efficacia dell'intervento della struttura, generando altresì rischi concreti per l'incolumità degli altri ospiti.

In contrapposizione, il Tribunale offre una valutazione positiva della figura paterna, descritta dagli operatori come cooperativa e capace di esercitare un'influenza rassicurante sui minori. Il Collegio recepisce inoltre le indicazioni del servizio di Neuropsichiatria Infantile, che ha segnalato l'opportunità di un inserimento graduale dei bambini in un percorso scolastico pubblico, ritenuto il contesto più idoneo a coniugare il recupero del diritto all'istruzione con la socializzazione e lo sviluppo delle competenze relazionali.

Considerata altresì la significativa esposizione mediatica cui i minori sono stati loro malgrado sottoposti, il Collegio ritiene ormai irrimediabilmente compromesso il rapporto di fiducia tra la famiglia, la comunità e gli operatori, e legge nelle reiterate segnalazioni della struttura l'espressione di una sostanziale rinuncia all'incarico affidatole. Conseguentemente, dispone l'allontanamento dei minori dalla casa-famiglia e il loro trasferimento presso una diversa struttura educativa, ove saranno accolti senza la madre. L'esecuzione del provvedimento è affidata all'ausilio della forza pubblica, a presidio tanto della riservatezza dei bambini quanto della necessità di prevenire interferenze esterne. Tutore e curatore speciale sono infine espressamente incaricati di promuovere ogni iniziativa utile — ivi comprese quelle esperibili dinanzi al Garante per la protezione dei dati personali — a tutela dell'immagine e della vita privata dei minori.

01) Le principali questioni

Il decreto del Tribunale per i minorenni dell’Aquila affronta anzitutto il tema della lesione del diritto all’istruzione dei minori, emersa solo dopo il collocamento in comunità. Il Collegio rileva come, resa possibile “la diretta e approfondita osservazione della condizione dei minori a seguito del collocamento in comunità, si è potuta accertare la lesione del loro diritto all’istruzione”. In particolare, la primogenita, pur formalmente idonea alla terza classe, è “ancora in una fase alfabetica e non ortografica, poiché non sillaba le lettere, non mette insieme i numeri e non ha raggiunto ancora la fase lessicale” , mentre tutti i fratelli mostrano iniziale rifiuto di attività di lettura e scrittura, “sfogliando libri con disegni per età inferiori (3 – 5 anni) chiedendo all’educatrice di leggere per loro”.

Su questo sfondo si colloca la scelta educativa dei genitori, che dichiarano di voler iniziare “il lavoro sugli apprendimenti dopo i 7 anni di età, poiché a detta loro il cervello è maggiormente predisposto all’apprendimento dopo aver fatto esperienze dirette nella natura”. Il Tribunale sottolinea come tale tesi “confligge con l’obbligo di istruzione, eventualmente anche parentale, a partire dal compimento del sesto anno di età e in conformità dei cicli di istruzione obbligatoria” , evidenziando che i genitori non hanno dimostrato “la capacità tecnica od economica per provvedere privatamente o direttamente all’istruzione dei figli” ex art. 111 d.lgs. 297/1994.

La seconda grande questione riguarda la compatibilità della presenza materna in comunità con il progetto di tutela. La madre, inizialmente ammessa per favorire l’adattamento, sviluppa un atteggiamento “spesso ostile e squalificante, deride i nostri tentativi di trovare un punto di incontro” , non rispetta le regole, consente ai bambini di soggiornare nel proprio appartamento “impedendo di fatto l’accesso e la supervisione delle educatrici” , e non interviene “per evitare che i figli continuino a essere fuori controllo” mentre pongono in essere condotte distruttive. Ne deriva un’escalation: i minori “hanno cercato in tutti i modi di far del male alle due educatrici presenti, accusandole di essere delle ‘cattive persone’” , fino a creare rischi per altri ospiti.

Infine, il provvedimento si confronta con il tema dell’esposizione mediatica e della riservatezza: la costante presenza di giornalisti “con telecamere e obiettivi puntati all’interno del cortile” e la diffusione di registrazioni dei minori inducono il Tribunale a ravvisare “ulteriori indizi di violazione dell’art. 50 del codice in materia di protezione dei dati personali da parte della madre” , sollecitando iniziative presso il Garante e altre autorità a tutela dei bambini.

02) Le motivazioni della decisione

Sul piano motivazionale, il Tribunale costruisce un quadro di pregiudizio attuale e grave, che giustifica l’ulteriore irrigidimento delle misure. Quanto all’istruzione, la condizione della primogenita consente di ritenere che i genitori “abbiano intenzionalmente violato l’obbligo di istruire la figlia in età scolare” , non limitandosi a un modello alternativo di schooling ma ponendosi in aperto contrasto con la disciplina dell’istruzione parentale. La programmazione didattica predisposta (maestra quattro giorni a settimana, recupero delle competenze di base) è quindi letta come attuazione necessaria delle precedenti ordinanze, non come opzione discrezionale: “era indispensabile l’individuazione dei precettori” e “la programmazione didattica che assicurasse un’efficace istruzione di tutti i minori”.

La condotta materna, progressivamente ostativa, assume rilievo centrale. Il Collegio osserva che la madre “manifesta frequenti scatti d’ira, oppositiva alle indicazioni del personale e utilizza modalità comunicative svalutanti nei confronti delle educatrici, spesso alla presenza dei figli e degli altri minori” ; consente ai bambini di violare regole e spazi, fino al punto che la casa – famiglia “ribadisce la propria impossibilità di provvedere efficacemente, non solo all’attuazione degli interventi programmati…, ma anche all’incolumità dei minori e alla serenità degli altri ospiti”. Il Tribunale qualifica tale quadro come idoneo a integrare i presupposti di un allontanamento ex art. 330, co. 2, c.c., rilevando che la presenza della madre è divenuta “fonte di grave pregiudizio, non solo per l’istruzione dei figli, ma anche per il loro equilibrio psichico, per la loro educazione e persino per la loro incolumità”.

Determinante è anche la rottura del rapporto fiduciario con la comunità: le reiterate segnalazioni sono lette come “una rinuncia alla prosecuzione dell’incarico” , non essendo “ipotizzabili modalità e direttive alternative di collocamento più funzionali diverse dall’allontanamento della madre dalla comunità o dal trasferimento dei minori in altra comunità”. Il Collegio opta per questa seconda via, ritenendo ormai “instaurato nei minori un clima di totale sfiducia nei confronti degli operatori della comunità, idoneo ad alterare gravemente l’efficacia dei loro interventi”.

In tale contesto, la figura paterna è valorizzata come risorsa: “la condotta del padre anche nell’ultimo periodo, come in precedenza, è rappresentata come adeguata e utile a rasserenare i figli e la madre”, sicché si invita a “intensificare la frequentazione… tra i minori e il padre”. Contestualmente, il Tribunale rafforza i poteri di tutore e curatore, “autorizzati il ricorso al Garante della privacy e ogni opportuna iniziativa giudiziaria” , e dispone che l’esecuzione del trasferimento avvenga “con l’assistenza della forza pubblica” per prevenire “estranee ingerenze e invadenze mediatiche”.

La decisione conclusiva – allontanamento dei minori dalla comunità attuale, “collocamento in diversa struttura, senza la madre”, esecuzione con forza pubblica e incarico a tutore e curatore di tutelare la riservatezza dei minori – appare così il punto di approdo di un ragionamento che intreccia strettamente diritto all’istruzione, protezione dell’equilibrio psichico e salvaguardia della privacy, in un’ottica di tutela integrale del minore.



A Home Belongs to the Children: It Falls to Parents to Build It, but with Measure and Responsibility

By order dated 5 March 2026, the Juvenile Court of L'Aquila returned to consider the same family unit already subject to its order of 11 December 2025, by which parental responsibility had been suspended and the children placed in foster care outside the family home. The renewed intervention was prompted by material developments of considerable significance arising in the course of the children's placement in the residential care facility.

The Order

"The Court, pronouncing by way of provisional and urgent measure: orders the removal of the children from the residential facility in which they are currently accommodated and their placement in a different facility, without the mother — authorises the enforcement of the removal order with the assistance of the police, in the manner set out in the reasoning — instructs the guardian and the special curator to take all necessary steps to protect the privacy of the children."

 

Summary of the Judgment

The Court first established a serious infringement of the children's right to education. The eldest child, though formally enrolled in Year Three of primary school, demonstrated literacy skills no higher than an elementary alphabetic stage; the remaining children displayed comparable and marked deficiencies in foundational learning, together with an almost complete unfamiliarity with ordinary structured educational routines. This picture assumed particular gravity when read alongside the parents' declared intention to defer the commencement of formal learning until after the age of seven — on the ground, as they maintained, that the brain is better disposed to learning following direct experience in nature. The Court characterised this conduct as a deliberate breach of the compulsory education obligation, wholly incompatible with the home education framework permitted and regulated by the applicable statutory provisions.

A separate and distinct concern arose from the mother's continued presence within the facility. What had initially been authorised as a transitional measure to ease the children's adjustment progressively became a destabilising factor within the educational project: her systematically oppositional conduct towards care workers, teachers and professional staff; her open disparagement of those professionals in the children's presence; and her failure — or refusal — to contain the children's destructive and aggressive behaviour collectively undermined the effectiveness of the facility's intervention and posed concrete risks to the safety of other residents.

By contrast, the Court recorded a positive assessment of the father, described by staff as cooperative and as exercising a reassuring influence upon the children. The Court further accepted the recommendations of the Child Neuropsychiatry Service, which had indicated that a gradual integration into mainstream public schooling represented the most appropriate setting in which to combine the recovery of the children's right to education with socialisation and the development of relational skills.

Having regard also to the significant media exposure to which the children had been subjected without their consent, the Court found the relationship of trust between the family, the facility and its staff to be irretrievably broken, and construed the facility's repeated formal notifications as amounting in substance to a renunciation of its mandate. The Court accordingly ordered the children's removal from the current facility and their transfer to a different educational residential establishment, where they would be received without the mother. Enforcement of the order was entrusted to police assistance, both to safeguard the children's privacy and to forestall external interference. The guardian and the special curator were expressly charged with pursuing all available remedies — including proceedings before the Data Protection Authority — in protection of the children's image and personal data.



Key Issues

The order addresses, first, the infringement of the children's right to education, which came to light only following their placement in the facility. The eldest child, though formally assigned to Year Three, remained at a purely pre-orthographic alphabetic stage, unable to blend syllables, combine numerals or attain lexical reading. The other children showed an initial resistance to reading and writing activities.

Against this background, the parents' declared educational philosophy — postponing structured learning until after the age of seven — was found to conflict directly with the statutory obligation of compulsory education, including in its home-schooling form, which attaches upon the completion of the child's sixth year of age and must conform to prescribed cycles of mandatory instruction. The Court noted that the parents had not demonstrated the technical or financial capacity required to provide for the children's private instruction under Article 111 of Legislative Decree 297/1994.

The second principal issue concerned the compatibility of the mother's continued presence with the protective plan. Initially admitted to facilitate the children's adjustment, the mother adopted an attitude described as hostile and dismissive, frequently disparaging staff efforts, disregarding house rules, permitting the children to remain in her private quarters beyond authorised hours — thereby effectively excluding staff supervision — and declining to intervene when the children engaged in uncontrolled and destructive conduct. The escalation reached a point where the children actively sought to harm care workers, and the facility's ability to ensure the safety of all residents was placed in serious doubt.

Finally, the order engaged with the issue of media exposure and privacy: the persistent presence of journalists and camera operators within the facility's curtilage, and the circulation of recordings featuring the children, led the Court to identify further evidence of infringement of Article 50 of the Personal Data Protection Code on the part of the mother, prompting it to direct that proceedings be instituted before the Data Protection Authority.



The Court's Reasoning

On the question of education, the Court found that the parents had intentionally breached their obligation to educate their daughter of compulsory school age — not merely adopting an alternative pedagogical model, but placing themselves in open conflict with the regulatory framework governing home instruction. The educational programme put in place at the facility — with a teacher attending four days per week and a structured remedial curriculum — was therefore characterised not as a discretionary choice but as a necessary implementation of the earlier orders.

The mother's progressively obstructive conduct was accorded central importance. The Court noted her frequent outbursts of anger, her opposition to staff guidance, her use of demeaning language towards care workers in the presence of the children and of other residents, and her facilitation of rule-breaking. The facility had formally stated its inability to ensure the effective implementation of the care programme, the safety of the children and the wellbeing of other residents. The Court found this state of affairs sufficient to satisfy the conditions for removal under Article 330, paragraph 2, of the Civil Code, characterising the mother's presence as a source of serious prejudice not only to the children's education but to their psychological equilibrium, their upbringing and their physical safety.

The irreparable breakdown of the relationship of trust with the facility was equally determinative. The repeated formal notifications were construed as a renunciation of the facility's mandate, no alternative arrangement being conceivable other than either the mother's removal from the facility or the transfer of the children to a different placement. The Court opted for the latter, finding that a climate of total distrust of the facility's staff had become entrenched in the children, to a degree seriously impairing the effectiveness of professional intervention.

In this context, the father's conduct was assessed as a positive resource: described by staff as appropriate and as having a calming effect on both the children and the mother, he was identified as a figure whose involvement should be deepened. The Court simultaneously reinforced the powers of the guardian and the special curator, authorising recourse to the Data Protection Authority and any appropriate judicial proceedings, and directed that the children's transfer be carried out with police assistance to prevent media intrusion and external interference.

The final disposition — removal of the children from their current placement, transfer to a different facility without the mother, police-assisted enforcement, and a specific mandate to the guardian and special curator to protect the children's privacy — represents the culmination of a line of reasoning that interlaces the right to education, the protection of psychological wellbeing and the safeguarding of personal data within a framework of comprehensive child protection.

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El hogar pertenece a los hijos: corresponde a los padres edificarlo, pero con mesura y responsabilidad

Mediante auto de fecha 5 de marzo de 2026, el Tribunal de Menores de L'Aquila volvió a pronunciarse sobre el mismo núcleo familiar ya afectado por la resolución de 11 de diciembre de 2025, por la que se habían acordado la suspensión de la responsabilidad parental y el acogimiento extrafamiliar de los menores. La nueva intervención vino motivada por hechos sobrevenidos de notable relevancia, surgidos durante la estancia de los niños en el centro de acogida residencial.

 

La resolución

"El Tribunal, pronunciándose con carácter provisional y urgente: ordena el traslado de los menores del centro en que se encuentran actualmente acogidos a un centro distinto, sin la madre — autoriza la ejecución de la orden de traslado con el auxilio de la fuerza pública, en la forma indicada en los fundamentos jurídicos — encarga al tutor y al defensor judicial la adopción de cuantas medidas resulten necesarias para la protección de la privacidad de los menores."

 

Síntesis de la resolución

El Tribunal constata, en primer lugar, una grave vulneración del derecho a la educación de los menores. La hija mayor, pese a estar formalmente matriculada en tercer curso de Educación Primaria, acredita un nivel de competencia lectora limitado a una fase meramente alfabética elemental; los demás hijos presentan carencias igualmente acusadas en los aprendizajes fundamentales, así como una práctica ausencia de hábitos vinculados a rutinas didácticas estructuradas. Este cuadro reviste especial gravedad a la luz de la decisión, expresamente declarada por los progenitores, de diferir el inicio de los aprendizajes formales hasta después de los siete años de edad — por entender, según manifestaron, que el cerebro se halla más predispuesto al aprendizaje tras haber adquirido experiencias directas en contacto con la naturaleza. El Tribunal califica esta conducta como incumplimiento deliberado de la obligación de escolarización, radicalmente incompatible con el régimen de enseñanza en el hogar que el ordenamiento jurídico admite y regula.

De forma paralela, afloraba un problema de distinta índole, relativo a la presencia de la madre en el centro. Lo que en un principio había sido autorizado como medida transitoria destinada a facilitar la adaptación de los niños a su nueva realidad se fue convirtiendo progresivamente en un factor desestabilizador del proyecto educativo: la actitud sistemáticamente opositora mantenida frente a educadoras, maestra y profesionales del centro; la descalificación abierta de dichos profesionales en presencia de los hijos; y la incapacidad — o negativa — de contener las conductas destructivas y agresivas de los niños fueron erosionando la eficacia de la intervención del centro y generando riesgos concretos para la seguridad de los demás residentes.

En sentido contrario, el Tribunal emitió una valoración positiva de la figura paterna, descrita por los profesionales como cooperadora y capaz de ejercer una influencia tranquilizadora sobre los menores. El Tribunal acogió asimismo las indicaciones del Servicio de Neuropsiquiatría Infantil, que había señalado la conveniencia de una integración gradual de los niños en la enseñanza pública ordinaria, considerada el entorno más adecuado para conjugar la recuperación del derecho a la educación con la socialización y el desarrollo de competencias relacionales.

Teniendo en cuenta también la significativa exposición mediática a la que los menores habían sido sometidos sin su consentimiento, el Tribunal estimó que la relación de confianza entre la familia, el centro y sus profesionales se hallaba irremediablemente quebrada, e interpretó las reiteradas comunicaciones formales del centro como una renuncia sustancial al encargo que le había sido encomendado. En consecuencia, acordó el traslado de los menores a un centro educativo distinto, donde serían acogidos sin la madre. La ejecución de la resolución fue encomendada al auxilio de la fuerza pública, tanto para preservar la privacidad de los niños como para prevenir injerencias externas. El tutor y el defensor judicial quedaron expresamente encargados de promover cuantas actuaciones resultasen útiles — incluidas las que pudieran ejercitarse ante la Autoridad de Protección de Datos — en defensa de la imagen y de los datos personales de los menores.

 

Cuestiones principales

La resolución aborda, en primer término, la vulneración del derecho a la educación de los menores, que únicamente pudo constatarse tras el acogimiento en el centro. La hija mayor, formalmente adscrita al tercer curso, se hallaba en una fase preortográfica elemental, sin capacidad para silabear, combinar cifras ni alcanzar la lectura léxica. Los demás hijos mostraban resistencia inicial a las actividades de lectura y escritura.

En este contexto, la filosofía educativa declarada por los progenitores — aplazar el aprendizaje estructurado hasta después de los siete años — fue declarada contraria a la obligación legal de escolarización, incluida la modalidad de enseñanza en el hogar, que se activa al cumplirse el sexto año de edad del menor y debe ajustarse a los ciclos de instrucción obligatoria legalmente establecidos. El Tribunal señaló que los progenitores no habían acreditado la capacidad técnica ni económica exigida para proveer directamente a la instrucción privada de los hijos conforme al artículo 111 del Decreto Legislativo 297/1994.

La segunda cuestión principal versaba sobre la compatibilidad de la presencia continuada de la madre con el plan de protección acordado. Admitida inicialmente para facilitar la adaptación de los menores, la madre adoptó una actitud descrita como hostil y descalificadora, oponiéndose reiteradamente a las indicaciones del personal, incumpliendo las normas del centro, permitiendo que los niños permanecieran en su apartamento privado fuera de los horarios autorizados — impidiendo de facto la supervisión de las educadoras — y absteniéndose de intervenir ante las conductas descontroladas y destructivas de los hijos. La escalada alcanzó un punto en que los niños intentaron causar daño físico a las educadoras, y la capacidad del centro para garantizar la seguridad de todos los residentes quedó seriamente comprometida.

Por último, la resolución se ocupó de la exposición mediática y la privacidad: la presencia constante de periodistas y cámaras en el recinto del centro y la difusión de grabaciones en las que aparecían los menores llevaron al Tribunal a apreciar indicios adicionales de vulneración del artículo 50 del Código de Protección de Datos Personales por parte de la madre, instando a la interposición de las oportunas actuaciones ante la Autoridad de Protección de Datos.

 

Fundamentos de la decisión

En materia de educación, el Tribunal concluyó que los progenitores habían incumplido deliberadamente su obligación de escolarizar a su hija en edad de enseñanza obligatoria — no limitándose a adoptar un modelo pedagógico alternativo, sino situándose en abierta contradicción con el marco normativo que regula la enseñanza en el hogar. El programa educativo implantado en el centro — con una maestra cuatro días por semana y un plan estructurado de recuperación — fue caracterizado no como una opción discrecional sino como una ejecución necesaria de las resoluciones anteriores.

La conducta progresivamente obstruccionista de la madre fue considerada de importancia central. El Tribunal destacó sus frecuentes estallidos de ira, su oposición a las orientaciones del personal, el empleo de un lenguaje descalificador hacia las educadoras en presencia de los niños y de otros residentes, y su propiciación de conductas infractoras. El centro había manifestado formalmente su imposibilidad de garantizar la ejecución efectiva del programa de atención, la seguridad de los menores y el bienestar de los demás residentes. El Tribunal estimó que este estado de cosas satisfacía los presupuestos para la adopción de medidas al amparo del artículo 330, párrafo segundo, del Código Civil, calificando la presencia de la madre como fuente de grave perjuicio no solo para la educación de los hijos, sino para su equilibrio psicológico, su formación y su integridad física.

La ruptura irreparable de la relación de confianza con el centro resultó igualmente determinante. Las reiteradas comunicaciones formales fueron interpretadas como una renuncia al encargo, no siendo concebible ninguna solución alternativa que no pasase por la salida de la madre del centro o por el traslado de los menores a un acogimiento distinto. El Tribunal optó por esta segunda vía, al estimar que se había instalado en los menores un clima de desconfianza total hacia los profesionales del centro, que comprometía gravemente la eficacia de la intervención.

En este contexto, la conducta del padre fue valorada como un recurso positivo: descrita por los profesionales como adecuada y como fuente de un efecto calmante tanto sobre los hijos como sobre la madre, fue identificada como un factor cuya presencia convenía intensificar. El Tribunal reforzó simultáneamente los poderes del tutor y del defensor judicial, autorizándoles a acudir ante la Autoridad de Protección de Datos y a ejercitar cuantas acciones judiciales resultasen procedentes, y ordenó que el traslado de los menores se llevara a cabo con el auxilio de la fuerza pública para prevenir la intromisión mediática y las injerencias externas.

La parte dispositiva — traslado de los menores de su acogimiento actual a un centro distinto sin la madre, ejecución con auxilio policial y mandato específico al tutor y al defensor judicial para la protección de la privacidad de los menores — constituye el punto de llegada de un razonamiento que entrelaza el derecho a la educación, la protección del equilibrio psicológico y la salvaguarda de los datos personales en el marco de una tutela integral del menor.

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La casa appartiene ai figli: spetta ai genitori edificarla, ma con misura e responsabilità ______________________ (Articolo tradotto anche in inglese e spagnolo)